La sorella – Sándor Màrai

Trama: A un centinaio di chilometri dal confine italiano, nel vagone letto di prima classe di un treno diretto a Firenze, Z. – il grande, celebre pianista atteso in Italia per un concerto – capisce che nulla sarà mai più come prima: che forse non rivedrà più E., la donna alla quale è legato da un rapporto ambiguo e morboso, in un triangolo il cui terzo vertice è un marito consapevole e benigno; che forse quella sera suonerà per l’ultima volta che tutto, insomma, sarà “diverso”. Ma diverso come? Gli ci vorranno mesi per capirlo: quelli che trascorrerà, colpito da un rarissimo virus, in un ospedale di Firenze.

È il primo libro di Márai che leggo. La prima settantina di pagine si può pensare di aver sbagliato libro… poi comincia la storia “vera”, la malattia di Z. e il percorso di introspezione e consapevolezza. All’inizio mi è sembrato molto lento, poi però diventa interessante e la spiccata sensibilità dell’autore si riflette totalmente nella sua narrativa. C’è una riflessione profonda sulla malattia, la vita, la morte… si può condividere o meno, ma a me ha colpito abbastanza. È un libro triste e un po’ deprimente, ma l’autore ha una scrittura notevole.

La menzogna riprese è quella che fino al giorno prima si chiamava lavoro, o dovere, o ambizione, o amore, o famiglia. Ci vogliono mille, diecimila giorni e notti, affinché in un corpo, e al suo interno in un sistema nervoso, nei centri sensori, quella menzogna si trasformi nell’unica insopportabile realtà; finché un giorno l’organismo, l’intero individuo, con un atroce rantolo, si mette ad urlare al mondo sotto forma di malattia quella menzogna, che nel frattempo si è tramutata in un’intollerabile sensazione di panico. Urla che non tollera più il proprio ambiente, o la propria vanità, o la routine con cui ha cercato di stordire, come con un narcotico, il vuoto esistenziale; che non tollera più quell’esercizio meccanico in cui si è trasformato il talento che Dio gli ha donato.[…] La vita è un veleno se non crediamo più in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l’ambizione, l’invidia.

Perché, come dice sempre l’autore, vivere è una grande responsabilità.

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