L’amante – Marguerite Duras

Ho terminato oggi L’amante di Marguerite Duras. Guarderò tra poco il film, ma volevo scrivere qualcosa prima di vederlo… All’inizio sono rimasta delusa… La Duras ha uno stile molto particolare: sembra di leggere una cronaca, una testata giornalistica, senza emozioni, asciutto. Pensando al fatto che la storia è anche parzialmente autobiografica, fa strano il distacco con cui racconta questa storia d’amore e di passione vissuta in gioventù. Non c’è coinvolgimento nella narrazione e solitamente in un libro considerato erotico o comunque con al centro una grande passione amorosa ci si aspetta altro. Pensando a Il danno (di cui parlerò prossimamente, sebbene l’abbia letto prima di questo), altra storia di travolgente desiderio, questo a livello di stile è scarso. Però ha altro… ha più temi: lo sfondo storico, la differenza razziale, il desiderio tra un adulto e una giovane Lolita che in realtà poi si scopre essere l’amore di una vita, ma che non potrà superare gli ostacoli delle convenzioni sociali… Finito il libro, ho pensato che l’autrice abbia usato uno stile così freddo nella narrazione, proprio per il grande coinvolgimento personale che in realtà la storia le suscitava. In certi casi, quando si provano delle emozioni troppo forti, si mantiene un distacco perché sennò si crollerebbe… e la Duras sembra mantenere questa freddezza che però in qualche modo non può essere tale, sotto ribolle altro e nelle ultime pagine traspare un po’ di più. Non per niente ne ha scritto un libro. Un amore mai dimenticato, un amore che non ha potuto essere coronato, che pensava essere solo carnale, ma che era molto di più. Alla fine, mi è piaciuto… lo consiglio, ma non aspettatevi una storia erotica, personalmente non la definirei in questo modo. È una storia di formazione, d’amore e di vita.

Il trailer del film di Jean-Jacques Annaud: 

Il vino della solitudine – Irène Némirovsky

Come si può leggere nel risvolto della copertina, questo libro è il più autobiografico della Némirovsky. Parla della sua infanzia, del suo rapporto conflittuale con la madre, della sua amara solitudine. La dedica: Di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky è chiara. Dalla sua frase: da un’infanzia infelice, non si guarisce mai, ammetto che mi aspettavo un libro pieno di malinconia, quella tenera, per un qualcosa che non si è potuto avere anche se più che legittimo. Invece, mi ha spiazzato l’odio che ho trovato, profondo, come solo quello dei bambini può talvolta essere. Un odio per quella madre che non la voleva, che la trascurava, che cercava conforto tra le braccia di un amante più giovane di 20 anni. Per quel padre che è fuggito per non vedere e ha voluto sempre vivere così, rifugiandosi nel gioco e negli affari. Quell’odio che non è mai davvero passato, anche se poi si è trasformato in rancore, ma solo dopo aver ottenuto una sua inutile, oserei dire, vendetta. Quella figura di donna che ancora più chiaramente e approfonditamente incontriamo anche in Jezabel. Non so perché, ma penso che sarebbe stato meglio se avessi letto altri libri in mezzo, prima di questo… È un libro così triste, presenta un ritratto di famiglia disperato e anche la piccola Hélène, non volente, ne viene  fagocitata. Si troverà a competere con la madre, fin quando ella non diventerà vecchia e poco desiderabile ormai. Poi farà la sua scelta, ma solo alla fine. Nonostante mi dispiacesse per lei, non ho saputo compiangerla veramente…

In poche parole: la scrittura della Némirovsky è stupenda come sempre, la storia, invece, non mi ha coinvolta emotivamente più di tanto. O forse l’ha fatto, ma in senso negativo. Mi ha lasciato tanta tristezza e anche qualche pizzico di angoscia… per la superficialità che aleggia in tutto il romanzo, per la ricerca continua di un qualcosa che non viene mai raggiunto, per la miseria umana. Promossa lo è sempre, ma in questo caso non riesco a darle pieni voti.

Suite francese – Irène Némirovsky

È da tanto che mi ronzavano titoli di quest’autrice attorno, ma non avevo ancora letto nulla di suo. Poi, grazie anche alla spinta della sfida dei più belli anobiiana, ho deciso di leggere Suite francese, pubblicato solo dopo la morte della Némirovsky. Il libro avrebbe dovuto essere composto da 5 parti (doveva essere una sinfonia in 5 movimenti) in cui si narravano differenti situazioni esistenti dopo l’occupazione nazista in Francia. Non ha mai potuto completarle, a causa del suo arresto e poi deportazione ad Auschwitz, dove è morta nel 1942. Il manoscritto con le prime due parti terminate è stato per anni conservato dalle figlie e solo recentemente pubblicato.

Nella prima parte “Temporale di giugno” viene narrata la grande fuga da Parigi dopo l’occupazione tedesca. Némirovsky si sofferma a raccontare il destino di alcuni personaggi in particolare: una coppia di borghesi, un artista, un prete (e questa è la storia che mi ha colpita di più), e altri ancora. Questo esodo mi ha ricordato un po’ Furore di Steinbeck, anche se la causa di esso è completamente diversa. La disperazione e la paura portano in questa parte molti personaggi a comportarsi in modo vile ed egoista… esce il peggio di ognuno, quello che nessuno vorrebbe mai conoscere. Solo pochi riescono a mantenere una certa dignità.

Sebbene anche la prima parte l’abbia trovata scritta in modo elegante e raffinato, è la seconda parte “Dolce” quella che ho amato in modo particolare. Qui viene principalmente raccontata la storia (d’amore) di Lucile e Bruno: una donna sposata francese infelice e un ufficiale tedesco. Pensando alla Némirovsky e al suo destino, non ho potuto fare a meno di rimanere colpita dall’umanità che è riuscita a vedere (fino all’ultimo) nei giovani soldati tedeschi, nonostante tutto. E questa è una storia davvero dolce, tra un uomo e una donna, in mezzo a una guerra terribile. Bellissima.

Ultime letture

Io sono il Tenebroso – Fred Vargas

Trama: Tra le giovani donne sole di Parigi, quale sarà la terza vittima del killer delle forbici? Nascosto nelle tenebre, l’assassino studia la prossima mossa. Non resta che affidarsi all’irresistibile carisma dei perdenti: un ex poliziotto deluso dalla vita, tre storici improvvisati detective e la vecchia Marthe, che una volta era la regina di place Maubert e ripete da sempre che “i marciapiedi del Signore sono infiniti”.

Commento: Personalmente amo sempre leggere i libri della Vargas. Sono scorrevoli, ironici e si leggono sempre piacevolmente. Anche questo non mi ha delusa. Quando ho bisogno di qualcosa di più leggero, leggere un suo giallo è sempre una buona soluzione. Certo è che, pian piano sto conoscendo il suo stile di giallo e gli assassini riesco ad identificarli già prima del “colpo di scena finale”. Ma non importa, amo i personaggi che crea, in questo caso in particolare l’evangelista Marc, ma anche il Tedesco.

È una vita che ti aspetto – Fabio Volo

Trama: Il percorso di Francesco è quello di molti ragazzi d’oggi, che si accorgono di esistere senza vivere davvero, come se mancasse loro qualcosa, e un giorno decidono che così non va. Ha un lavoro stressante, anche se remunerativo, che fa per comprarsi cose che gli riducano lo stress. Ha storie con tipe tanto diverse tra loro. Sente il bisogno di star solo ma ha paura di essere “tagliato fuori”, adora i genitori ma non è mai riuscito a comunicare con il padre, si fa le canne ma vuole smettere di fumare…

Commento: Sinceramente mi aspettavo qualcosa in più. Volo mi piace molto, ma non ha un buon stile di scrittura… a volte l’ho trovato proprio rudimentale. Forse, però, con gli altri romanzi questo fattore può averlo migliorato. La storia in sé non è male, ma niente di particolare o originale. Diciamo che si legge bene, ma non trovo sia un libro che si distingue dalla massa. Comunque leggerò altro di suo… la lettura è scorrevole e mi hanno detto che i suoi ultimi libri sono migliori dei primi.

Lasciami andare, madre – Helga Schneider

Trama: In una stanza d’albergo di Vienna, alle sei di un piovoso mattino dell’ottobre del 1998, Helga Schneider ricorda di quella madre che nel 1941 ha abbandonato due bambini per seguire la sua vocazione e adempiere la sua missione: lavorare come guardiana nei campi – di concentramento, prima, e di sterminio, poi – del Führer. Che cosa spinge Helga, oggi, a incontrare questa vecchia estranea che è sua madre? La curiosità? La speranza che si sia pentita? O qualcosa di più oscuro e inquietante?

“Verso di lei provo un rancore tenace, ma temo di non avere ancora rinunciato a trovare in lei qualcosa che si salva. Di qui il dubbio: è stata davvero spietata come dice o si mostra irriducibile perché io la possa odiare, liberandomi dell’incubo?”

Commento: Una testimonianza che fa riflettere… storia assolutamente vera che l’autrice ci racconta con tutta la sofferenza che le ha portato questo non rapporto con la madre nazista.